Omelie di Mons. Antonio Donghi

7 luglio 2014

VI DOMENICA DI PASQUA  (ANNO A) – 25 Maggio 2014

Filed under: e. Maggio 2014, Omelie anno 2014 — papolino25 @ 20:55

Letture: At 8,5-8.14-171Pt 3,15-18Gv 14,15-21

OMELIA

Il_Paraclito_html_m4273662cGesù, invitandoci in queste domeniche ad entrare nel suo mistero, ha fatto crescere in noi il desiderio del volto di Dio Padre e, questa grande vocazione, alla quale siamo chiamati, diventa estremamente importante nel contesto culturale odierno nel quale usando l’espressione della prima di Pietro “siamo chiamati a rendere ragione della speranza che è in noi”.

È bello dimorare nel Signore per dire all’uomo la grandezza di Dio e, questa mattina, Gesù ci offre una interessante lettura della nostra vita perché, nel cammino quotidiano,possiamo dire la bellezza della nostra scelta del Maestro. Gesù, nel discorso che questa mattina abbiamo ascoltato, prima ci ha detto che “amare diventa osservare i comandamenti” e alla fine del Vangelo dice “chi accoglie e osserva i miei comandamenti io lo amerò”.

Sono due affermazioni sulle quali questa mattina vogliamo soffermarci in modo che possiamo nella semplicità del nostro quotidiano regalare ai fratelli quella speranza che sa illuminare ogni oscurità della vita.

Innanzitutto analizziamo il primo passaggio che ci introduce nel mistero del dono di Gesù: “chi mi ama osserverà i miei comandamenti”. Quando sentiamo la parola ” comandamenti “, in modo immediato, possiamo essere catturati dall’immagine dei 10 comandamenti, o da una visione di esperienza cristiana come il luogo di tante prescrizioni. Una simile lettura incontrerebbe non poche difficoltà nell’uomo dei nostri giorni. Se guardiamo attentamente la letteratura giovannea, ci accorgiamo d’essere di fronte a qualcosa che è molto più profondo: chi mi ama incarnerà il mio amore nello stile dell’agire.

A volte nella nostra esistenza scopriamo la meravigliosa verità di lasciarci amare da Dio amandolo nel concreto della vita.

La bellezza della vita è dire la gioia nell’esperienza feriale di lasciarci amare da Dio.

In certo qual modo ogni linguaggio della nostra vita, ogni espressione della nostra storia è l’incarnazione della gioia di lasciarci amare da Dio. Qualche volta questa prima sfumatura del Vangelo non la evidenziamo a sufficienza perché siamo presi un po’ troppo dalle nostre povertà e non riusciamo a respirare le grandezze dell’amore divino. Nel cammino della vita dovremmo ritrovare il gusto di questa signoria di Dio che intensamente ci ama in modo che i comportamenti ne siano l’espressione.

Se volessimo essere consequenziali Gesù non ci dà dei comandamenti, ma ci dice che – se vogliamo essere autentici – dobbiamo incarnare nell’essenzialità semplice di tutti i giorni la bellezza di essere amati da Dio.

Dovrebbe essere ben presente nel nostro spirito  che possiamo donare speranza ai fratelli perché regaliamo, attraverso le nostre azioni, attraverso la nostra persona, la bellezza di essere amati da Dio.

Dopo questo primo elemento che Gesù ci ha regalato questa mattina ecco il secondo elemento che il Maestro divino ci offre: osservare i comandamenti per crescere nell’amore.

Una delle domande che qualche volta nascono a livello interiore, potrebbe essere questa: ” Come io posso conoscere che Dio mi ama?” Una domanda che qualche volta penetra dentro di noi, soprattutto se vogliamo passare dall’intelletto al cuore, dalle percezioni della ragione alle intuizione dell’affetto. In quel momento, riusciamo a scoprire che Dio ci ama perché le nostre azioni sono la manifestazione del gusto di volere amare nello stile del dono ricevuto. In certo qual modo Dio lo cogliamo in tutta la sua verità ponendo azioni di amore, che sono la traduzione concreta e povera nello stesso tempo della sua inesauribile grandezza amativa. Dio non ci si rivela innanzitutto con l’intelligenza, ma con la potenza del cuore che, incarnandosi nelle azioni del quotidiano, ci fa capire che Dio è amore.

Giustamente si afferma: conoscere l’amore è una delle cose più difficili, ma sicuramente una delle più affascinanti. Amare risulta difficile soprattutto quando pensiamo di conoscere l’amore con l’intelligenza; è molto più facile parlare che vivere. In realtà possiamo cogliere la grandezza dell’amore di Dio ponendo nella semplicità di tutti i giorni azioni che ne siano l’ espressione. Vivendo dell’amore di Dio conosciamo l’amore di Dio.

È una circolarità nella quale siamo chiamati ad entrare e che Gesù vuole che oggi noi acquisiamo in profondità: la convinzione di lasciarci amare dalle tre Persone divine, per incarnarne l’amore, la convinzione di incarnare l’amore per conoscere l’amore e, allora, intuiamo che una vita che si lascia trasfigurare in questo modo è una vita luminosa.

Ci saranno tante oscurità dentro e fuori, ci saranno tanti interrogativi, avvertiremo tante volte in certi frammenti della vita un non-senso della nostra storia, però se noi abbiamo il coraggio di entrare in questa visione la nostra vita è speranza per noi e per i fratelli!

Gesù non ha incontrato gli uomini semplicemente con i discorsi, il Signore è entrato nella storia degli uomini regalando loro l’amore di cui godeva presso il Padre e di cui egli era sacramento. E allora, credo che Gesù questa mattina ci dica: ” metti da parte per un momento l’intelligenza, fà operare le energie presenti nel tuo cuore perché allora ti accorgerai che la vita avrà tutta un’altra visione, perché sarà la  trasparenza luminosa del divino”. Il cuore, quando agisce in gioiosa purezza, è favoloso perché è accogliere e regalare amore attraverso le piccole azioni semplici di tutti i giorni.

Se vivessimo in questo modo, quale armonia, ci accorgeremmo di quale serenità, di quale gioia sarebbe ricolmato il vissuto di tutti i giorni. Vedere una persona luminosa oggi, in un frenetico correre nevrotico è porre la domanda: come mai quella persona non è nervosa? E la risposta che nascerebbe dal cuore credente sarà molto semplice: l’amore di Dio è il mio equilibrio.

Entriamo in quest’esperienza e allora scopriremo la bellezza dell’essere discepoli: è il mistero eucaristico che stiamo vivendo.

Lo Spirito Santo che è amore ci sta regalando il Cristo Signore in quel pane e in quel vino e, in quel momento, ci sentiremo amati all’impossibile per potere fare della nostra vita i piccoli gesti di questa grandezza inesauribile di Dio.

Tale la speranza che da questa eucaristia vogliamo portare a casa per essere sorridenti di un amore ineffabile che è l’amore di Dio nei nostri cuori.

26 maggio 2014

V DOMENICA DI PASQUA  (ANNO A) – 18 Maggio 2014

Filed under: e. Maggio 2014, Omelie anno 2014 — papolino25 @ 22:02

Letture: At 6,1-71Pt 2,4-9Gv 14,1-12

OMELIA

downloadL’esperienza del Risorto ci dà il dono della gioia e ci fa fare l’esperienza dell’autentica libertà; l’uomo fondandosi su Cristo, la pietra viva, ritrova il gusto della vita e si ritrova nel progetto del Padre nei suoi confronti, ma qual è il senso della presenza di Gesù in mezzo a noi?

Gesù, dicendo che sarebbe tornato in mezzo a noi, ci ha detto che nel momento della sua resurrezione egli è più presente a noi di noi stessi. In quel “vado a prepararvi un posto” non c’è semplicemente una convinzione immediata che Gesù andando verso il Padre ci dica che noi siamo lassù con lui, ma ci dice una realtà più profonda: egli è in mezzo a noi e noi oggi siamo in lui.

È la bellezza della vera gioia e della vera libertà: dimorare in Gesù.

Questo dimorare di Gesù in noi ha un’unica meta: farci conoscere il Padre. Andiamo sempre alla finale del prologo del Vangelo di Giovanni dove si riassume tutto il senso del Vangelo: “Dio mai nessuno l’ha visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato”.

E’ bello vivere in Gesù perché davanti al nostro sguardo si apre il senso della paternità di Dio. Usiamo un’immagine che potrebbe in questo stimolarci: immaginiamo la nostra vita su un’isoletta della Polinesia che è tutta circondata dal mare. Abitando in Cristo, vivendo nel suo mistero, spazziamo sull’azzurro infinito del cielo e del mare: la paternità di Dio. Vivendo intensamente questo rapporto con il Cristo ci dilatiamo negli infiniti orizzonti del Padre ma, come questa esperienza può diventare nostra, per cui tutta la nostra vita diventa desiderare il volto del Padre?

Cosa vuol dire la parola “padre”?

Quando utilizziamo la parola “padre” facilmente andiamo al linguaggio dei padri umani ma, quando si è nell’ordine della fede, i linguaggi che noi usiamo sono simbolici. Dicendo che Dio è padre diciamo una cosa molto profonda, diciamo “siamo il respiro di Dio”. La paternità è l’origine della vita e quindi, dicendo che Dio è padre, è affermare che siamo nell’origine della vita. Gesù, che è tutto con il Padre, ci insegna come possiamo effettivamente entrare in questo mistero della paternità di Dio. L’immagine che possiamo cogliere dalla vita e che ci può aiutare ci è detta anche dalle leggi psicologiche.

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IV DOMENICA DI PASQUA  (ANNO A) – 11 Maggio 2014

Filed under: e. Maggio 2014, Omelie anno 2014 — papolino25 @ 21:59

Letture: At 2,14.36-411Pt 2,20-25Gv 10,1-10

OMELIA

image_previewL’esperienza della gioia è una condizione abituale di chiunque segua il Cristo poiché il cristiano ha la gioia di essere luogo in cui il Signore abita e abita continuamente.

Gesù questa mattina vuole aiutarci ulteriormente a come gustare questa esperienza della gioia nella quale l’uomo ritrova sè stesso attraverso l’immagine della porta: “Io sono la porta delle pecore”. Attraverso questa immagine, riletta nella prospettiva delle letture ascoltate, intuiamo una grossa verità: solo Cristo ci può introdurre nella gioia della vita poiché solo Cristo ci fa gustare l’esperienza della libertà. L’immagine usata da Gesù è molto bella “Io sono la porta, se uno entra attraverso di me sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo, avrà il gusto della vita”.

In quel “entrare-uscire” scopriamo la bellezza della vita del cristiano che, attraverso questi due verbi, colloca la propria esistenza nella vera libertà. Gesù è la porta per entrare nella libertà, per entrare nel giardino della vita, per accedere al gusto della propria umanità.

È molto bello rileggere questo testo sullo sfondo della storia della salvezza: -Dio, dopo il peccato di Adamo, ha chiuso la porta che faceva accedere all’esperienza dell’eden, del paradiso e, l’uomo, si è trovato lontano da Dio-. Gesù diventa la porta che apre all’umanità questo accesso alla pienezza della vita e alla pienezza della libertà.

Se riuscissimo a cogliere tale verità ci accorgeremo come l’esperienza di Cristo sia un’esperienza nella quale ritroviamo l’autenticità della vita. Ma, cosa vuol dire, in modo più profondo l’immagine della porta, soprattutto sullo sfondo delle parole regalateci da Gesù? Gesù è la porta perché il luogo della imitazione.

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III DOMENICA DI PASQUA  (ANNO A) – 04 Maggio 2014

Filed under: e. Maggio 2014 — papolino25 @ 21:11

Letture : At 2,14.22-331Pt 1,17-21Lc 24,13-35

OMELIA

tintoretto-incontro-sulla-via-di-emmausIl tempo della Pasqua è il tempo della gioia perché in Gesù risorto l’uomo recupera l’armonia della propria vita. Essere nella gioia è gustare la verità di sè stessi con quell’esperienza paradossale che l’uomo può essere contento anche quando piange poiché la gioia del cuore non dipende dalle situazioni storiche, ma la gioia del cuore è il gusto della propria identità umana al di là delle situazioni drammatiche della vita. Ma parlare di gioia nella cultura di oggi diventa estremamente complesso: l’uomo oggi è triste.

Se guardiamo la profondità del cuore dell’uomo contemporaneo ci accorgiamo della profondità della tristezza che si riproduce nel divertimento, si ritraduce nel non affrontare i problemi, nella drammatica superficialità dell’istante.

Questa mattina Gesù ci educa al metodo per essere nella gioia: la narrazione del racconto dei discepoli di Emmaus ci aiuta in questo  attraverso la domanda: come essi sono passati dalla tristezza della loro esistenza per giungere al gaudio nella loro vita? E’ sicuramente molto interessante cercare di percepire l’origine della loro tristezza poiché, se cogliamo l’origine della loro tristezza, ci accorgiamo come essi siano passati ad un’autentica esperienza di gioia.

L’evangelista mette in luce tre momenti di questa tristezza:

  • si allontanano da Gerusalemme,
  • conversano e discutono sugli avvenimenti,
  • sanno tutto della storia di Gesù, eppure sono tristi.

Innanzitutto sono tristi perché si allontanano da Gerusalemme. Se guardiamo la vita di Gesù, ci accorgiamo come essa sia stata un “salire” a Gerusalemme, un maturare nella fedeltà del Padre, una crescere in una comunione che non lo avrebbe mai deluso.. I discepoli si allontanano da Gerusalemme, dal luogo della fedeltà di Dio. Ci accorgiamo come la loro esistenza non sia stata costruita nella consapevolezza che Dio non delude. Essere a Gerusalemme vuol dire dimorare in un luogo in cui Dio rivela la sua gloria, la sua presenza, la sua fedeltà. Quegli uomini nell’atto del camminare partono da Gerusalemme e si allontanano dalla fedeltà di Dio. Chi non vive nella fedeltà inesauribile di Dio e non vive l’esperienza dei tre giorni è sempre un deluso, pieno di tristezza.

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