Omelie di Mons. Antonio Donghi

7 maggio 2013

VI DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – 05 Maggio 2013

Filed under: e. Maggio 2013 — papolino25 @ 20:42

Letture: At 14,21-27 Ap 21,1-5 Gv 13,31-35

OMELIA

1153324651068L’esperienza del Risorto ci porta progressivamente ad assumere la sua sensibilità dimorando sempre più nel suo cuore e avendo la capacità di leggere la vita secondo il progetto del Padre.

Essere risorti con Cristo è godere la mentalità interiore di Cristo.

Questo orizzonte si ritraduce, oggi, nell’assumere quell’atteggiamento spirituale di cui Gesù, attraverso Giovanni, questa mattina ci parla: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.

Chi è risorto col Cristo vive questo mistero, gusta la costante relazione con il Maestro e il Padre nello Spirito Santo.

La prima parola che Gesù ci dice questa mattina è: “Se uno mi ama.”

Quando ascoltiamo questa parola del Maestro ne dobbiamo riascoltare un’altra che ci aiuta a darne il significato vero: l’uomo non è capace di amare se non è amato da Dio. Lo ha detto la prima lettera di Giovanni: non noi, abbiamo amato Dio, ma Dio per primo ci ha amati. Allora l’espressione di Gesù “se uno mi ama” nasce dalla profonda convinzione all’interno del cuore dell’uomo d’essere sommamente amato.

L’uomo ama perché è amato. Nel momento in cui amiamo, personalizziamo la gratuità di Dio. In certo qual modo amare è incarnare nell’esperienza della propria persona il fascino amativo di Cristo.

Scopriamo in questo orizzonte che la bellezza di amare è entrare nella circolarità di vita che unisce il Padre e il Figlio: amare è far passare, nella realtà di tutti i giorni, questa vita di Dio che in Cristo Gesù c’è stata meravigliosamente regalata. Sotto quell’affermazione di Gesù “chi mi ama”, scopriamo tutta la potenza della riconoscenza, del rendimento di grazie.

Amare è dire grazie, amare è fare emergere la gioia della gratitudine, amare è il canto dell’uomo davanti all’ineffabilità di un dono inesauribile.

Se questa espressione di Gesù “se uno mi ama” penetra in noi, riusciamo a comprendere l’altra espressione del Maestro: “se uno mi ama osserva la mia parola”.

Infatti, se entriamo nel profondo del mistero di Gesù, ci accorgiamo che tutto quello che Gesù compie è il linguaggio attraverso il quale egli esprime l’immensa reciprocità amorosa che ha con il Padre. In questa luce l’agire dell’uomo è l’incarnazione di questo meraviglioso mistero.

La concretezza di ogni giorno è dire la gioia di essere amati da Dio! È una verità che acquista particolare luminosità se leggiamo attentamente la prima lettura quando abbiamo ascoltato le famose clausole di Giacomo al Concilio di Gerusalemme ci accorgiamo come tutte queste clausole sono scomparse subito perché, la legge si scioglie subito davanti alla grandezza dell’Amore.

Il cristiano quando entra nella bellezza di questa gratitudine scopre che il suo agire è dire sempre grazie alla fonte dell’Amore.

Se entrassimo nella sensibilità del Vangelo di questa mattina, qualora qualcuno ci chiedesse qual è il senso della sua vita, noi dovremmo rispondere: cantare la gratitudine a Dio!

Noi, qualche volta, siamo eccessivamente preoccupati di tante cose, e le preoccupazioni nascono dal dramma dell’uomo che si sente il grande protagonista della propria storia, e chi si sente il grande protagonista inventa leggi continue per creare le proprie sicurezze psicologiche.

La bellezza della vita è ritrovare la libertà del canto della gratitudine. Qui scopriamo il senso del linguaggio di Gesù: se uno mi ama osserverà la mia parola. Il cristiano nello scorrere della sua vita dirà grazie a Dio nelle scelte tutti giorni.

Chi ha paure emana le leggi, chi ama regala la libertà.

Entrando in questa visione, intuiamo il terzo passaggio che Gesù ci propone: “e il Padre mio lo amerà” Qui riusciamo a vedere la circolarità della vita: la gioia di amare è rendere sempre feconda la esperienza amorosa del Dio che ci ama.

Chi dice grazie e dice grazie con libertà è fecondità in atto e, la fecondità è il fiorire di qualcosa di così grande che va al di là di ogni legge, va al di là di ogni pensiero, va al di là anche di ogni paura perché quando l’uomo entra in questa direzione ha una fecondità luminosa veramente inesauribile.

E’ gustare quella Gerusalemme celeste di cui ci ha parlato l’Apocalisse. Noi cristiani, qualche volta, abbiamo paura ad entrare in questa esperienza di Giovanni, eppure l’esperienza che Giovanni ci comunica è niente altro che la vita di Gesù. Tutto quello che facciamo è linguaggio dell’amore divino; tutto quello che facciamo è regalare il sorriso meraviglioso di Dio, il sorriso di un cuore, che va al di là delle paure e dei peccati stessi. Quando l’uomo vuole imparare ad amare, rende ogni atto della sua vita un canto di gratitudine concreto. Ci accorgeremo allora d’entrare in quella fecondità divina che è la nostra grande speranza. In un simile clima, quando entriamo in questa sensibilità, gustiamo veramente l’eternità dove, per sempre, ci sentiremo amati, canteremo l’Amore, entreremo in un’intimità inesauribile che è la vita stessa di Dio e, allora, penso che queste semplici riflessioni che l’evangelista Giovanni ci offre dovrebbero portarci alla conclusione che ci ha detto Gesù: io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

La vita allora, come qualche volta ci siamo detti, diventa “passeggiare con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo” in un itinerario che ha come meta il correre eternamente dietro Dio e l’Agnello. Questa sia l’esperienza che nello Spirito Santo vogliamo fare questa mattina in modo da respirare davanti agli interrogativi di tutti giorni sapendo che questo lo stiamo vivendo.

Questa mattina siamo venuti qui per dire grazie a Dio, che ci ama immensamente e, mentre gli diremo grazie, lui si rivelerà fecondo: il pane diventa Corpo, il vino diventa Sangue. E’ la fecondità dell’amore! Facendo la comunione “il Padre ed Io verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”…… oggi viviamo questa certezza nel pane e nel vino: la Trinità ha reso più viva la sua presenza nelle nostre persone e, con questo, camminiamo con fiducia, certi che in questo grande mistero, con la nostra vita, ricca di speranza, cantiamo l’Amore, anche con le lacrime, ma cantiamo l’Amore, e allora tutto si sceglierà al sole di Dio e diventeremo luminosi della sua ineffabile gloria.

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1 commento »

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    Commento di Daniela Borello — 17 maggio 2013 @ 17:33


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